Francesca dal benzinaio
Quando l’aereo di Francesca atterrò a Milano, non andai io ad aspettarla.
Mandai un mio incaricato: un uomo di mezza età, vestito in modo sobrio, con la faccia inespressiva di chi esegue ordini senza farsi domande. Francesca lo riconobbe dal messaggio che le avevo inviato poche ore prima. Lo seguì in silenzio attraverso l’aeroporto, trascinando la valigia. Non gli chiese dove andassero. Non ne aveva più il diritto, e lo sapeva.
In macchina l’incaricato non parlò. Guidò con lo sguardo fisso sulla strada. Francesca sedeva sul sedile del passeggero, le mani strette sulle ginocchia, lo sguardo basso. Dopo qualche minuto le arrivò il mio messaggio: “ Oggi non sei una donna che torna da un viaggio. Sei una cosa che deve essere usata. Obbedisci senza fare domande.”
Lei lesse e non rispose. Si limitò ad abbassare ancora di più gli occhi.
L’incaricato non prese la strada di casa. Dopo venti minuti di auto svoltò in un’area di servizio fuori mano, quasi dimenticata, con poche pompe e un bar chiuso da tempo. Lì lavorava un vecchio benzinaio che lui conosceva da anni. Si chiamava Gino. Aveva passato i settanta, era grasso, sudato, con una faccia flaccida e un filo di bava che gli restava quasi sempre all’angolo della bocca. Gli occhi gli brillavano di un’avidità lenta e appiccicosa non appena vide arrivare la macchina.
L’incaricato scese, gli strinse la mano e gli parlò a bassa voce, accennando verso Francesca con un gesto breve, come si indica un pacco da consegnare, mandandomi anche un messaggio con cui mi diceva che erano arrivati. Gino annuì più volte, leccandosi le labbra.
Arrivò a Francesca un mio messaggio: “Scendi. Oggi sei la sua wash girl. Lavi la macchina. Fai tutto quello che ti ordina. E fallo davanti a chiunque passi. Non coprirti. Non protestare.”
Francesca aprì la portiera e scese. L’aria dell’area di servizio odorava di benzina e asfalto caldo. Gino la fissò da capo a piedi, già con un sorriso umido.
“Spogliati. Tutta. Voglio vederti mentre lavori.”
Lei esitò solo un secondo, poi si tolse la camicetta, la gonna, le mutandine. Rimase nuda, con solo le scarpe e il collare al collo. Il vento le sfiorò la pelle. Gino le porse una spugna sudicia e un secchio d’acqua già grigia di sapone e sporco.
“Inizia dal cofano. Piegati bene. Voglio che si veda tutto.”
Francesca si chinò in avanti sul cofano della vecchia auto del benzinaio. In quella posizione la sua figa e il suo culo erano completamente esposti a chiunque. Gino le girò intorno lentamente, come si gira intorno a un pezzo di merce in esposizione. Le mani unte di sapone le strizzarono le tette, i pollici le premettero sui capezzoli fino a farli dolere. Le diede uno schiaffo secco su una natica, poi sull’altra. Poi le infilò due dita callose nella figa senza premura, muovendole dentro mentre lei continuava a strofinare la carrozzeria con la spugna.
Un camionista che stava facendo rifornimento si fermò a guardare. Poi arrivarono due motociclisti. Gino alzò la voce, compiaciuto:
“Guardate che bella wash girl che mi sono trovato oggi… tutta nuda a lavarmi la macchina. Non si trova più roba così.”
Francesca arrossì fino al collo, ma non si rialzò. Continuò a strofinare. L’umiliazione non stava solo nel fatto di essere nuda e toccata. Stava nel fatto che nessuno di quelli che la guardavano la vedeva come una persona. La vedevano come uno spettacolo gratuito, come un servizio.
Quando il cofano fu abbastanza pulito, Gino la prese per i capelli e la costrinse a inginocchiarsi sull’asfalto.
“Adesso mi pulisci il cazzo. Con la bocca. E falla bella lenta.”
Lei gli aprì i pantaloni sudici. Il cazzo del vecchio era flaccido, pesante, con un odore acre di urina e sudore. Francesca lo prese tra le labbra e iniziò a succhiare. Gino le tenne la testa con entrambe le mani e la spinse più a fondo, grugnendo, mentre un filo di bava gli colava sul mento. Continuò a usarle la bocca per diversi minuti, commentando a voce alta per i motociclisti che ormai non si erano più mossi:
“Ha una bocca da troia vera… guardate come la prende tutta.”
Quando fu abbastanza duro, la fece alzare di scatto, la piegò di nuovo sul cofano bagnato e le aprì le natiche con le mani.
“Adesso ti scopo. E stai ferma.”
Le appoggiò il cazzo contro l’ano e spinse. Entrò con un colpo secco, senza troppa delicatezza. Francesca emise un gemito soffocato. Gino iniziò a muoversi con spinte lente e profonde, tenendola ferma contro la macchina. Ogni tanto le dava schiaffi forti sul culo e le sputava sulla schiena. Il suono umido dei suoi fianchi che battevano contro di lei si mescolava alle risate basse dei motociclisti.
Continuò a scoparla per diversi minuti, grugnendo e sbavando, finché non venne dentro di lei con un rantolo rauco e lungo. Si fermò ancora conficcato in fondo, respirando affannoso, poi uscì lentamente. Il seme gli colò subito lungo le cosce di Francesca insieme ai resti di sapone e saliva.
Gino si sistemò i pantaloni, le diede un ultimo schiaffo sul sedere e andò a parlare con i due motociclisti. Gli accennò verso di lei e rise, come si ride quando si parla di un oggetto interessante che si è appena usato.
L’incaricato, che aveva assistito a tutta la scena senza mai cambiare espressione e senza mai intervenire, si limitò ad aprire la portiera del passeggero.
Francesca si rialzò con difficoltà. Si sistemò alla meglio la gonna sopra il corpo ancora sudicio e salì in macchina. Aveva il culo pieno, le cosce lucide di sborra e sapone, e le ginocchia sporche di asfalto.
Sul sedile ricevette il mio ultimo messaggio: “ Brava. Hai fatto esattamente quello che dovevi. Resta così fino a casa. Non pulirti. Il tuo corpo non è tuo.”
Francesca: “sì, Padrone.”
Non aggiunse altro.
L’incaricato riavviò il motore e ripartì. Nel retrovisore si vedeva ancora Gino che la salutava con una mano alzata, sorridendo e sbavando, mentre i motociclisti ridevano.
Francesca restò in silenzio per tutto il resto del viaggio. Le mani strette sulle ginocchia, lo sguardo fisso sul cruscotto, il corpo ancora caldo e sporco.
Non era stata accompagnata a casa. Era stata semplicemente spostata, usata e riconsegnata. Come una cosa.