Alessandro Ronconi il cazzetto annientato 2

Silvia aveva caricato tutto.
Il video di garanzia, le foto con il nome e il cognome scritti sul petto a pennarello nero, i meme più crudeli, il primo video in cui Alessandro, nudo e in ginocchio, diceva davanti alla telecamera: “Mi chiamo Alessandro Ronconi, sono un cazzettino e autorizzo chiunque a pubblicarmi”. Per qualche giorno il blog e i siti avevano iniziato a muoversi. Le visualizzazioni salivano. Qualcuno aveva già iniziato a condividere.

Poi il cazzettino era crollato.

Una sera era tornato dal lavoro con la faccia bianca e gli occhi lucidi. Si era seduto a terra senza nemmeno togliersi le scarpe e aveva parlato a voce bassa, quasi senza riuscire a guardarla.

“Mamma… non ce la faccio più. Toglile. Ti prego. Se qualcuno al lavoro le vede… se le vede qualcuno di Jesi… se le vede qualcuno che mi conosce… non reggo. Cancella tutto.”

Silvia lo aveva fissato a lungo. Per la prima volta in settimane aveva esitato. Non per pietà vera, ma perché il gioco stava diventando troppo reale anche per lei. Aveva preso il telefono, aveva scritto a Mistress Valentina chiedendole di fare lo stesso sui profili che controllava. Per alcuni giorni il nome “Alessandro Ronconi” era tornato quasi pulito. Il cazzettino aveva dormito due notti intere. Aveva ripreso a respirare. Aveva addirittura ringraziato.

Poi la voglia era tornata.

Non era stata Silvia a riaccenderla. Era stato lui.

Una notte, mentre lei stava per spegnere la luce, lui aveva sussurrato dal materasso, con la voce rotta ma chiara:

“Rimettile. Voglio che tornino. Voglio che mi sputtaniate per davvero. Non sopporto più di stare nascosto.”

Silvia si era girata verso di lui nel buio. Aveva sorriso.
Il giorno dopo aveva riaperto la chat con Mistress Valentina.

“Ha chiesto di ripartire. Stavolta senza freni. Dice che vuole essere annientato.”

Valentina aveva risposto quasi subito:
“Allora facciamolo bene. Contratto ufficiale. Video di garanzia. E parole chiave che lo facciano uscire su Google appena qualcuno cerca il suo nome.”

Silvia aveva chiamato la sorella avvocato.
Mercoledì sera l’aveva fatta venire a cena. Alessandro era seduto nudo a terra, le mani dietro la schiena, mentre le due donne parlavano sopra la sua testa come se lui non esistesse. La sorella aveva portato il contratto già stampato, lo aveva letto ad alta voce, poi lo aveva guardato negli occhi.

“Hai capito cosa stai firmando di nuovo? Rinunci a ogni diritto sulla tua immagine. Foto, video, nome, cognome. Per sempre. Ovunque. Senza possibilità di tornare indietro. Io  e Mistress Valentina potremmo usarti come vogliamo. È chiaro?”

Lui aveva annuito. La voce gli era uscita piccola.

“Sì.”

Aveva firmato.
Poi Silvia gli aveva messo il telefono davanti al viso e aveva premuto registra.

“Parla. Guarda in camera. Di’ esattamente quello che ti dico.”

Il cazzettino, in ginocchio, nudo, con il piccolo pene già mezzo duro per l’umiliazione, aveva fissato l’obiettivo.

“Mi chiamo Alessandro Ronconi. Sono un cazzettino inutile. Autorizzo Silvia e Mistress Valentina a pubblicare ogni foto e video di me, ovunque vogliano, senza limiti di tempo. Non ho più nessun diritto sulla mia immagine. Merito di essere sputtanato pubblicamente. Grazie.”

Silvia aveva fermato la registrazione e aveva mandato il file a Valentina.
Valentina aveva risposto con una sola riga:
“Perfetto. Ora è ufficiale. Possiamo fare quello che vogliamo.”

Quella stessa notte avevano ricominciato.

Prima i gruppi privati. Mistress & Slave. Miss e Money Slave. Poi i profili video. Poi le parole chiave. Silvia caricava, Valentina condivideva, e il nome Alessandro Ronconi iniziava di nuovo a salire. Il blog passò da poche centinaia di visualizzazioni a oltre mille in pochi giorni. Qualcuno a Jesi aveva di nuovo stampato le foto e le aveva attaccate per strada, vicino alla scuola dove il cazzettino era andato da ragazzo. I carabinieri le avevano viste, avevano riso e se ne erano andati senza fare niente.

Una sera Valentina aveva scritto:
“Adesso deve diventare definitivo. Se frigna di nuovo, lo facciamo succhiare. E lo filmiamo. Il mio compagno dice che la peggiore umiliazione per uno etero è quella.”

Silvia aveva eseguito.
Aveva fatto il cazzettino inginocchiarsi in bagno. Gli aveva infilato la radice di zenzero. Lui aveva pianto e si era contorto, ma il pene era rimasto duro. Ogni volta che provava a fermarsi, lei gli ricordava il contratto e il video di garanzia.

“Hai firmato. Hai detto sì davanti a un’avvocato. Ora non puoi più dire no. Sei nostro.”

Il cazzettino piangeva, ma non chiedeva più di cancellare.
Alla fine, con la voce spezzata, aveva sussurrato:

“Fate quello che volete. Sputtanatemi per sempre. Sono un cazzettino. Sono un succhia-cazzi se lo volete.”

Silvia aveva mandato il messaggio a Valentina insieme a un nuovo video.
Valentina aveva risposto:
“Brava. Domani lo rimettiamo su Google con le parole chiave più pesanti. E questa volta non lo togliamo più. Se prova a chiedere pietà, lo ignoriamo.”

Nei giorni successivi il ritmo era diventato implacabile.
Silvia lo faceva alzare all’alba, gli scriveva sul corpo, lo filmava mentre si toccava senza venire, gli faceva ripetere frasi di gratitudine.

Le visualizzazioni intanto continuavano a salire. Il nome usciva su Google. Le foto stampate a Jesi erano ancora lì.

Una notte, dopo ore di gioco, Silvia si era chinata sul figlio legato al materasso. Gli aveva accarezzato i capelli con falsa dolcezza e gli aveva parlato all’orecchio.

“Hai chiesto di tornare. Hai firmato. Hai pianto e hai detto di sì. Ora non c’è più via d’uscita. Sei il nostro cazzettino. E lo sarai per sempre.”

Il cazzettino aveva chiuso gli occhi.
Dentro di sé non c’era più la paura di prima.
C’era solo il desiderio di essere completamente, definitivamente, annientato.

E Silvia, guardando il telefono che vibrava con un nuovo messaggio di Valentina, sapeva che il gioco era solo all’inizio.

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