il mio moneyslave canadese
Il messaggio arrivò alle due e ventitré di una notte qualunque di Luglio .
“Hi mistress.”
Ero sdraiata a letto, nuda sotto un lenzuolo leggero, con lo smartphone a illuminarmi il petto. Le dita della mano libera scivolavano già lente tra le cosce, quasi per inerzia. Risposi con distacco, sfiorando la noia, ma nel giro di pochi scambi compresi di non avere a che fare con un semplice sottomesso: era un moneyslave in potenza. Un uomo disposto a sacrificare non solo il proprio corpo, ma anche il proprio portafoglio, pur di essere annientato sotto i miei ordini.
Gli ordinai di masturbarsi per cinque volte fino all’orlo dell’orgasmo, arrestandosi ogni volta un attimo prima di cedere, e di inviarmi il video. Niente videochiamate: non volevo vedere il suo volto. Cercavo solo il suo sesso, nudo e teso nella sofferenza.
Obbedì senza esitare. Il primo video durò poco più di due minuti. La mano saliva e scendeva con una precisione disperata; il membro era già gonfio e arrossato, i testicoli pesanti ad assecondare ogni movimento. Ogni volta che toccava il punto di non ritorno, si stringeva la base con forza, ansimava, per poi ricominciare. Alla quinta ripetizione, il cazzo pulsava da solo contro l’addome, lucido della secrezione che gli colava sulla pelle in un filo ininterrotto. Guardai la sequenza un’unica volta e risposi con due sole parole:
“Mi piace vederti soffrire.”
Da quel momento iniziai a piegarlo al mio volere.
Nei giorni successivi non smise mai di cercarmi. Inviava messaggi ansiosi a qualsiasi ora, avanzava continue suppliche, allegava un video dietro l’altro. Risposi sempre secondo i miei tempi: a volte dopo ore, a volte a distanza di un giorno intero. Lasciavo che la dilazione alimentasse il suo bisogno.
“Ancora. Portati al limite.”
“Il tuo cazzo deve vibrare soltanto per me.”
E soprattutto: “Verme.”
La prima volta che impiegai quel termine non abbozzò alcuna protesta. Anzi i video successivi si fecero ancora più intensi. Il cazzo gli batteva contro la pancia come un cuore impazzito, i testicoli turgidi e scuri, il fluido preseminale che colava senza sosta. Io me ne stavo a guardare distesa sul letto, lavorando lentamente sul clitoride mentre lui si struggeva dall’altra parte dello schermo. Di tanto in tanto gli concedevo di prolungare la tortura, costringendolo a sfiorare l’orgasmo per dieci, quindici volte consecutive. In quei momenti, la sua disperazione assumeva una forma quasi estetica: il respiro mozzo, le cosce colte da tremito, il sesso palesemente sul punto di esplodere prima di bloccarsi al millesimo di secondo.
Quando scoprii che viveva da solo, strinsi la presa. Gli proibii di eiaculare. Non per un giorno, non per una settimana, ma fino a nuovo ordine. Obbedì. Continuò a portarsi sull’orlo dell’estasi quotidianamente, documentando la pulsione del sesso e il dolore di una tensione mai scaricata. Ogni sua implorazione di sollievo veniva respinta con rigida fermezza.
“No.”
Oppure, prosciugando ogni empatia:
“Tienile piene.”
Quando andò in vacanza, gli ordinai di mantenere la privazione per l’intera durata del soggiorno. Rispettò la norma. Mi inviava scatti di nascosto dal bagno dell’albergo, con il membro in erezione teso contro i tessuti e i testicoli gonfi che gli dolevano a ogni passo. Io ne prendevo visione mentre cenavo con il mio ragazzo, o mentre lui mi possedeva con lentezza, e sorridevo. Una sera mi limitai a scrivergli: “Sei caldo, ma non avrai alcuna resa.” Tornò a casa provato, del tutto incline a pagare pur di ottenere un qualsiasi margine di concessione.
Fu allora che gli imposi il video con la maschera, intendevo pubblicare il materiale sul blog che gestisco insieme al mio compagno, gli feci indossare un passamontagna nero e dovette arrivare al limite dell’orgasmo per dieci volte.
Eseguì. Indossata la maschera, diede inizio al rituale. Una cadenza lenta, quasi liturgica. La sospensione un istante prima dell’eiaculazione, ripetuta più e più volte. Il cazzo sussultava involontariamente, attraversato da vene rilevate, turgido. La ripresa era lunga, degradante, impeccabile. La visionai a più riprese: a volte toccandomi, a volte mentre il mio ragazzo mi osservava da dietro lo schermo. Poi caricai il tutto online. Il verme non seppe mai quante persone l’avessero vista, né quante volte fosse stata riprodotta.
In seguito gli diedi ordini sempre più estremi:
Inginocchiarsi sul sale grosso fino a avvertire la carne bruciare, mantenendo il sesso eretto a battere contro l’addome.
Leccare la suola delle proprie calzature, adagio, con la lingua, senza perdere l’erezione.
Pulire l’interno del water con lo scopino, restando a quattro zampe e ansimando per l’umiliazione.
Introdursi nel retto un dildo da trentadue centimetri privo di lubrificazione, con il passamontagna calato sul volto, spingendolo avanti e indietro per diversi minuti mentre il dolore gli strappava le lacrime e il sesso continuava a pulsare, inascoltato.
Sottostava a tutto. Ogni singola volta. Con il membro perennemente teso e il piacere perennemente negato. Qualora accennasse a cedere, gli rammentavo la sua condizione con poche e chiare parole:
“Sei soltanto un verme.”
Un giorno commise un errore.
Si stava portando al limite, come al solito. Il sesso era troppo sensibile, l’accumulo di settimane di privazione insostenibile. Non riuscì a trattenersi. Lo sperma schizzò con violenza, macchiando il pavimento. Mi scrisse immediatamente, terrorizzato, supplicando e offrendo qualsiasi risarcimento. Risposi con distacco meticoloso:
“Senza la tua mistress sei nessuno, continuare a essere usato ha un prezzo.”
Pagò. Inviò immediatamente i codici di riscossione della gift card. Solo a quel punto gli riaccordai la possibilità di riprendere la masturbazione controllata, senza mai consentirgli di giungere al termine.
Da quel momento la dinamica si assestò sulla sua natura definitiva: la relazione codificata tra una Mistress e il suo moneyslave. Ogni deroga aveva un costo. Ogni avvicinamento all’orgasmo aveva un costo. Ogni minimo gesto di attenzione aveva un costo. Pagava per il privilegio di soffrire; pagava per i contenuti che pubblicavo; pagava per il diritto di chiamarmi mistress; pagava per scongiurare l’abbandono. Io incassavo tutto, senza concedere nulla che superasse l’essenziale. Solo ordini. Solo umiliazioni. Solo la costante, gelida conferma che fosse un verme, e nulla più.
Notte dopo notte.
Video dopo video.
Sospensione dopo sospensione.
Transazione dopo transazione.
Quel verme aveva fatto il suo ingresso con un banale saluto su Telegram.
Io gli avevo sottratto il sesso, il corpo, il respiro, la dignità e il denaro.
E non avevo alcuna intenzione di restituirgli nulla.