Carla viene sottomessa dal figlio

Carla aveva lasciato la porta del bagno soltanto socchiusa. Un gesto abitudinario, quasi automatico. Non immaginava che quella mattina sarebbe diventato il suo errore più costoso.

Suo figlio Marco entrò senza fare rumore. Si fermò sull’uscio e la osservò a lungo. Lei era di spalle, sotto il getto d’acqua calda, le mani che si passavano il sapone tra e poi più in basso, tra le cosce. Lui contò i secondi. Godette di ogni istante della sua ignoranza. Solo quando si voltò per risciacquarsi i capelli lo vide.

Il sangue le andò al cervello non appena se ne accorse.

Marco non sorrise. Non disse una parola di scusa. Chiuse la porta alle sue spalle e girò la chiave. Il click del lucchetto fu netto, definitivo. Poi si tolse i vestiti con una calma quasi cerimoniale: maglietta, pantaloni, slip. Restò nudo, già completamente duro, il sesso pesante che gli pendeva tra le gambe.

“Mani lungo i fianchi”, ordinò. La voce era bassa, priva di qualsiasi emozione. “Se le alzi anche solo di un centimetro, ti rompo le dita una per una.”

Carla obbedì. Le braccia le tremavano. Lui si avvicinò sotto il getto d’acqua e le prese il viso tra le mani, premendole le guance fino a farle male.

“Hai lasciato la porta aperta perché volevi questo. Non mentire. Il tuo corpo lo sapeva già prima della tua testa.”

“No… Marco, per favore…”

Lui le diede uno schiaffo secco, abbastanza forte da farle girare la testa e lasciarle l’impronta rossa sulla guancia. Poi un secondo, dall’altra parte. E un terzo, più lento, più deliberato, come se stesse assaporando il suono della pelle che colpiva la pelle.

“Non ti ho dato il permesso di parlare. Da adesso parli solo quando ti ordino di farlo. Capito?”

Carla annuì, le lacrime che già le bruciavano gli occhi. Lui le afferrò i capelli bagnati e le piegò la testa all’indietro finché il collo non le fece male.

“A voce alta.”

“Ho capito.”

“Bene.”

La spinse contro il muro di piastrelle. L’acqua calda le riempì gli occhi e la bocca. Lui le aprì le cosce con un ginocchio e, senza alcuna premura, le introdusse tre dita fino in fondo. Carla emise un suono strozzato. Lui le tappò immediatamente la bocca con la mano libera, premendo così forte che i denti le tagliarono l’interno del labbro.

 

“Zitta. Il rumore lo faccio io, non tu.”

Le dita si mossero con una violenza calcolata. Le unghie le graffiavano le pareti interne. Lui cercò deliberatamente il punto più sensibile e lo tormentò senza pietà, avanti e indietro, finché le gambe di Carla non cominciarono a tremare e un gemito soffocato le uscì comunque dalla gola. Quando sentì che stava per venire, si fermò di colpo e estrasse le dita. Carla ansimava, il corpo ancora teso sull’orlo.

“No”, disse lui, quasi dolce. “Non ancora. Devi imparare che il tuo piacere non ti appartiene più. Appartiene a me. Io decido quando, quanto e se te lo concedo.”

Le mostrò le dita lucide davanti agli occhi.

“Guarda. Guarda quanta schifezza produce questa fica da cagna in calore solo perché l’ho toccata. Disgustosa. Eppure, così utile.”

Le costrinse le dita in bocca fino a farle toccare la gola. Carla tossì, lacrimò, cercò di voltare la testa. Lui le tenne ferma la mandibola.

“Pulisci. Tutto. E non osare vomitare.”

Quando le dita furono abbastanza pulite, la voltò di scatto. Le bloccò le braccia dietro la schiena con una sola mano e con l’altra cominciò a schiaffeggiarle le natiche. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Ogni schiaffo più forte del precedente. Contò ad alta voce. Arrivò a quindici prima di fermarsi. La pelle di Carla era rosso vivo, scottante, già segnata da lividi che sarebbero rimasti per giorni.

“Conta tu, adesso”, ordinò. “Da sedici.”

Carla, con la voce spezzata, cominciò a contare mentre lui riprendeva a colpire. Sedici. Diciassette. Diciotto. A ventidue stava già singhiozzando. A ventotto la voce le usciva solo a pezzi. Lui si fermò a trenta.

“Brava. Impari in fretta.”

Le aprì le natiche con entrambe le mani e le sputò direttamente sulla figa e sul buco del culo. Poi, senza altra preparazione, entrò.

La penetrazione fu secca, brutale, fatta apposta per far male. Carla emise un suono acuto che lui soffocò subito premendole la faccia contro le piastrelle. Cominciò a prenderla con colpi lunghi e pesanti, ogni volta fino in fondo, facendole battere le anche contro il muro. Le teneva i polsi dietro la schiena così forte che le dita le formicolavano e perdevano sensibilità.

 

“Sei solo un buco caldo”, le disse all’orecchio, la voce bassa e quasi affettuosa nella sua crudeltà. “Un posto dove scaricare quando ne ho voglia. Non sei una donna. Non sei una persona. Sei un oggetto che ho deciso di usare stamattina. E userò di nuovo. E di nuovo. Finché non ti romperò per davvero.”

Le diede uno schiaffo sulla guancia mentre continuava a spingere.

“Ripeti.”

Carla scosse debolmente la testa. Lui le strinse la gola con la mano libera, abbastanza da farle mancare l’aria ma non abbastanza da farla svenire. La tenne così per lunghi secondi, godendosi i piccoli spasmi del suo corpo, poi allentò appena.

“Ripeti. O ti prendo il culo a secco. Senza sputo. Senza pietà. E ti faccio contare ogni centimetro.”

“Sono… un buco caldo”, riuscì a dire, la voce rauca e rotta.

“Completa.”

“Sono un oggetto… che hai deciso di usare. Non sono una persona.”

“Di nuovo. Più forte. E guarda in basso mentre lo dici. Guarda il mio cazzo che ti entra.”

Lei abbassò lo sguardo e ripeté le parole mentre lui accelerava. La mano le scese davanti e le afferrò il clitoride tra pollice e indice. Lo strinse. Lo strofinò. Lo torturò con una precisione sadica, alternando pressione e movimento finché Carla non cominciò a tremare in modo incontrollabile. L’orgasmo le arrivò contro ogni volontà, violento, umiliante, facendola contrarre intorno a lui mentre piangeva e cercava istintivamente di allontanarsi. Lui non le permise di muoversi di un millimetro. Continuò a prenderla attraverso le contrazioni, più duro, più cattivo, finché lei non iniziò a singhiozzare per il dolore della sovrastimolazione.

Solo allora si sfilò.

La fece girare e la costrinse in ginocchio sul pavimento bagnato della doccia. Le prese la testa con entrambe le mani e le entrò in bocca fino in fondo, spingendo oltre il riflesso del vomito. Carla ebbe un conato immediato. Lui restò lì, conficcato in gola, godendosi i suoni soffocati, le lacrime che le scendevano e lo spasmo della gola intorno al suo sesso.

“Ingoia tutto quando arrivo”, ordinò. “Se ne perdi anche solo una goccia, ricominciamo da capo. E stavolta ti prendo il culo a secco mentre conti.”

Si scaricò in gola con un gemito basso e soddisfatto. Carla ingoiò, tossendo, il viso rosso e bagnato di lacrime, saliva e sborra. Lui si ritrasse lentamente e le diede uno schiaffo leggero sulla guancia.

“Apri la bocca. Mostrami.”

Lei obbedì. La lingua le era ancora biancastra. Lui annuì.

Poi la sollevò di peso come se non pesasse nulla e la spinse di nuovo contro il muro. Le alzò una gamba e le entrò di nuovo, ancora duro. Carla emise un suono di protesta debole. Lui le sorrise per la prima volta: un sorriso sottile, completamente privo di qualsiasi umanità.

“Non hai finito. Io sì, ma tu no. Continuerò a usarti finché non ti romperai per davvero. Finché non resterà più niente di te se non quello che io decido che tu sia.”

La prese di nuovo, più lento questa volta, più deliberato, ogni spinta calcolata per farla sentire piena, impotente e usata. Le parlava all’orecchio mentre lo faceva, la voce quasi un sussurro.

“Da domani la porta resta aperta. Sempre. Se la chiudi, entro lo stesso e ti punisco. Se la lasci aperta, entro e ti uso. In entrambi i casi perdi. Non c’è scelta. C’è solo quello che io voglio. Hai capito, cagna?”

Carla annuì, le lacrime che si mescolavano all’acqua della doccia.

“Dillo. Tutto. Senza che te lo chieda pezzo per pezzo.”

“La porta resta aperta. Puoi usarmi quando vuoi. Sono un oggetto. Sono un buco. Non sono una persona. Appartengo a te.”

Marco accelerò. La seconda scarica le arrivò dentro, profonda, calda, abbondante. Lui restò conficcato fino all’ultimo spasmo, poi si sfilò e le fece scendere lentamente le gambe. Carla scivolò a terra, incapace di reggersi in piedi. Le cosce le tremavano. Il seme le colava fuori e si mescolava all’acqua sul pavimento.

Lui si rivestì con calma metodica. Raccolse i suoi vestiti e li gettò fuori dal bagno. Prima di uscire, si chinò accanto a lei e le prese il mento tra le dita, alzandole il viso.

“La prossima volta ti prendo il culo. A secco. E ti farò dire grazie dopo ogni spinta. Preparati. Perché lo farò presto.”

Uscì. Chiuse la porta. Il lucchetto scattò dall’altra parte.

Carla restò seduta sul pavimento bagnato della doccia, le gambe aperte, il corpo coperto di segni rossi e lividi che sarebbero rimasti per giorni, il sapore di lui ancora in bocca, la figa che pulsava di dolore e di qualcosa di molto peggiore. L’acqua continuava a cadere. Lei non aveva la forza di alzarsi per chiudere il rubinetto.

Sapeva già, con una certezza fredda e definitiva, che la mattina dopo avrebbe lasciato la porta spalancata.

E che lui sarebbe entrato.

E che avrebbe ringraziato.

altri miei racconti erotici

altro sito di racconti erotici