Io, Valentina e Yusuf il suo moneyslave 2

Le settimane successive al piccolo “incidente” del ritardo si trasformarono in un’escalation silenziosa e implacabile, come un cargo che accelera piano nel buio senza che l’equipaggio se ne accorga fino a quando il porto non è già sparito all’orizzonte.

Valentina introdusse la “Regola del Bilancio Specchio”. Ogni lunedì, dopo il tributo base, Yusuf doveva inviarle uno screenshot del suo estratto conto aggiornato in tempo reale. Non bastava il saldo: voleva vedere ogni singola voce in uscita – bollette ridotte al minimo, abbonamenti cancellati uno dopo l’altro, cene saltate, caffè eliminati, persino il pacchetto dati del telefono ridotto al lumicino. Ogni voce cancellata era una tacca sulla cintura della nostra crudeltà condivisa.

«Guarda qui», mi disse una sera mentre eravamo sdraiati sul divano, lei con i piedi nudi appoggiati sul mio petto, io che le massaggiavo le caviglie. Sul telefono le arrivò la foto: un estratto conto anemico, con la riga “Trasferimento a Valentina – Tributo di Esistenza” che spiccava come un marchio a fuoco. Sotto, Yusuf aveva aggiunto a mano, con un pennarello nero su un foglio A4 posato accanto al monitor: “Grazie Padrona per avermi permesso di respirare un altro mese”.

Valentina rise piano, quel riso che parte dalla gola e finisce negli occhi. «Sta diventando poetico, il nostro verme. Forse dovremmo premiarlo con qualcosa di speciale».

Il premio arrivò sotto forma di “Giornata della Visibilità Controllata”.

Le ordinammo di aprire un secondo conto corrente – uno solo per le spese “essenziali” – e di trasferirci lì, ogni venerdì sera, l’equivalente di tre giorni di stipendio netto. Il resto rimaneva sul conto principale, intoccabile per lui, visibile ma irraggiungibile. Era il denaro che “apparteneva” a noi anche se restava tecnicamente suo: una tortura da cassaforte trasparente.

Yusuf accettò senza fiatare. Anzi, nei messaggi successivi iniziò a descrivere la sensazione fisica che provava ogni volta che vedeva il saldo del conto “libero” scendere sotto una certa soglia psicologica – i 500 euro, poi i 300, poi i 150. Tremava, scrisse. Letteralmente. Le mani gli tremavano mentre confermava il bonifico del venerdì, e quel tremore lo eccitava più di qualsiasi immagine pornografica.

Una notte, mentre eravamo a cena da Cracco – ostriche, champagne, un secondo di tartufo che costava quanto il suo affitto mensile – Valentina decise di alzare ulteriormente la posta.

Gli scrisse: “Verme, stasera ho indossato le Louboutin che mi hai pagato a Natale. Sono scomode, ma bellissime. Sai cosa significa? Che ogni passo che faccio sul marmo di questo ristorante è un tuo passo rubato. Ogni volta che incrocio le gambe sotto il tavolo, è il tuo denaro che sfrega contro la pelle delle mie cosce. Dimmi: quanto ti eccita sapere che sto mangiando qualcosa che tu non potrai mai permetterti, seduta su una sedia che tu non potrai mai toccare, mentre tu stai mangiando pane secco e tonno in scatola per cena?”.

La risposta arrivò dopo quaranta secondi esatti. Una foto sfocata, scattata in cucina sotto la luce al neon: una scatoletta di tonno aperta, un pezzo di pane raffermo, e sullo sfondo il suo membro chiuso nella gabbia di castità, gonfio e violaceo contro le sbarre. Accanto, scritto col dito nella condensa del bicchiere d’acqua: “Sto venendo senza toccarmi solo leggendoti, Padrona. Grazie”.

Io lessi il messaggio ad alta voce, lentamente, mentre il cameriere ci versava altro champagne. Valentina mi guardò con quell’espressione che conosco bene: metà divertimento, metà fame di spingersi ancora più in là.

«Voglio vederlo crollare davvero», mi sussurrò. «Non solo economicamente. Voglio che smetta di esistere come persona autonoma».

Fu allora che nacque il “Contratto di Non-Esistenza Temporanea”.

Lo proponemmo come un gioco di una settimana, “solo per testare i suoi limiti”. Yusuf avrebbe dovuto:

  • Spegnere le notifiche personali su tutti i social e sul telefono privato
  • Rispondere solo ai nostri messaggi, entro massimo 90 secondi
  • Non usare il suo nome nei messaggi: solo “verme”, “parassita”, “conto corrente con gambe”
  • Inviare ogni sera alle 22:00 una foto del suo frigorifero vuoto o quasi vuoto, con la didascalia “La mia fame è il vostro lusso”
  • Dormire per terra per tutta la settimana, con un solo cuscino che gli avevamo “concesso” di comprare (un cuscino da 4 euro comprato in un discount)
  • Versare un extra di 200 euro il giorno in cui avremmo deciso di “riattivarlo” come essere umano

Accettò in meno di tre minuti.

Durante quella settimana lo tenemmo in vita con briciole digitali. Un “bravo verme” ogni tre giorni. Una foto di Valentina che beveva un cocktail che lui aveva pagato.

Il settimo giorno, quando ormai il suo conto “essenziale” era sotto i 40 euro, gli scrivemmo: “Congratulazioni, verme. Hai superato la prova. Ora puoi tornare a essere un essere umano… per altri sette giorni. Poi ripeteremo tutto, ma stavolta per quindici giorni. E la prossima volta… forse un mese intero”.

Non rispose subito. Passarono sette minuti – un’eternità per lui. Poi arrivò solo un messaggio: “Vi prego di non fermarvi mai. Vi prego di distruggermi fino in fondo. Non voglio più risalire”.

Valentina posò il telefono sul tavolo, si voltò verso di me e mi baciò con una lentezza che sapeva di trionfo.

A Istanbul il Bosforo continuava a soffiare il suo vento gelido. A Milano le luci di Brera rimanevano calde e complici.

E Yusuf, ormai, non era più un uomo con un lavoro, una casa, una vita. Era diventato esattamente ciò che avevamo progettato fin dall’inizio: un meccanismo perfetto di estrazione e sofferenza, un flusso costante di euro e di umiliazione, un’opera d’arte vivente e sanguinante, firmata da noi due.

Il vento gelido scuoteva ancora le vetrate della sua società logistica. Ma Yusuf non sentiva più il freddo. Sentiva solo il vuoto che gli avevamo scavato dentro, e quel vuoto era la cosa più vicina alla pace che avesse mai conosciuto.

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