il mio moneyslave canadese 2

Il giorno successivo all’invio del primo pagamento, il verme tornò a strisciare. Era ancora scosso da quella scarica involontaria: i testicoli gli dolevano, il membro era ipersensibile. Gli concessi soltanto di toccarsi il cazzo e portarsi al limite, ma niente orgasmo, nessun sollievo. Soltanto la lenta, metodica tortura di avvicinarsi all’orgasmo per arrestarsi un istante prima di precipitare. Ogni centimetro di piacere che gli permettevo di sfiorare aveva ormai un prezzo, e lui lo sapeva. Lo accettava. Anzi, lo invocava.

Nei giorni che seguirono, la routine si consolidò con la rigida precisione di un rito. Dalla mattina canadese alla sera milanese arrivavano messaggi ansiosi a qualsiasi ora: video di masturbazioni condotte sull’orlo dell’estasi, inviati con una devozione quasi religiosa. Le mie risposte, invece, restavano brevi e distaccate, centellinate dopo ore o trasmesse a seguito di un’intera giornata di silenzio calcolato. Il silenzio era diventato la mia arma più affilata. Più lo lasciavo nell’ombra dell’attesa, più cresceva in lui l’urgenza di offrirmi un tributo per riconquistare il mio sguardo. Gli ordinai di sfiorare il culmine quindici volte di seguito, costringendolo ogni volta a fermarsi a un soffio dal punto di non ritorno, a serrare la base del carne con forza, ad ansimare e ricominciare. La pelle si faceva scura, le vene sempre più turgide e rilevate, il liquido preseminale abbondante. Io guardavo quei filmati sdraiata sul letto, a volte sola, a volte con il mio ragazzo accanto che mi osservava in silenzio mentre le mie dita lavoravano lente tra le cosce. Ogni video era la conferma di un potere assoluto: stava soffrendo per me, e stava pagando per il privilegio di farlo.

Quando gli chiesi se sognasse di venire, rispose di sì. Gli dissi soltanto che amavo martoriare la sua carne, non regalargli il piacere. E che ogni futuro avvicinamento all’orgasmo avrebbe preteso una tassa precisa.

Una sera gli ordinai di leccare le suole delle proprie scarpe mantenendo l’erezione, ed egli obbedì senza esitare. Un’altra sera gli imposi di pulire l’interno del water con lo scopino, a quattro zampe, ansimando per l’umiliazione; eseguì anche quello, e il video arrivò accompagnato da una voce rotta, quasi irriconoscibile. Poi venne il momento del dildo. Gli ordinai di prendere quello da trentadue centimetri, privo di qualsiasi lubrificante, con il passamontagna nero calato sul volto, e di spingerlo lento e profondo per diversi minuti. Il dolore gli strappò le lacrime. Il membro restò duro, ignorato, a pulsare contro l’addome mentre il silicone gli apriva il retto a forza. Alla fine della sessione mi inviò il filmato; io lo guardai una sola volta e gli ricordai, con inflessibile freddezza, che non era altro che un verme. Un verme che pagava per essere trattato come tale.

Nei giorni seguenti continuò a supplicarmi: chiedeva se potesse usare di nuovo il dildo, se dovesse ancora fermarsi sul ciglio dell’orgasmo, se fossi online. Rispondevo soltanto quando ne avevo voglia. A volte lo lasciavo sospeso per giornate intere: la dilazione era la parte più dolce della tortura. Ogni volta che il silenzio si prolungava oltre il tollerabile, era lui stesso a proporre un nuovo tributo, nel terrore viscerale di essere dimenticato. Quando il video con il passamontagna fu finalmente pubblicato, le visualizzazioni salirono rapide: ottocento, poi milleduecento. Il verme ne era eccitato, quasi orgoglioso; continuava a scrivermi chiedendo quanti fossero i numeri, se il filmato sarebbe finito sul blog, se avrei pubblicato anche gli altri. Gli rispondevo soltanto chiedendo un nuovo tributo. Perché ogni richiesta di attenzione aveva un prezzo. Ogni respiro vicino all’orgasmo aveva un prezzo. Ogni minimo gesto di clemenza aveva un prezzo. Lui non esisteva se non attraverso ciò che mi offriva. Il suo corpo, il suo sesso, la sua umiliazione, il suo denaro: tutto apparteneva a me.

Una sera di ottobre, mentre su Milano cadeva una pioggia sottile e monotona, il verme mi annunciò di aver finalmente acquistato una gift card di valore superiore alle precedenti. Non una delle solite: una cifra consistente. Aspettai. Lo lasciai cuocere nel suo brodo per quasi un’ora intera, consapevole che ogni minuto di attesa rendeva quel tributo ancora più vitale, ancora più urgente. Poi gli scrissi di inviare il codice. Lo spedì all’istante. Controllai che fosse valido e solo allora gli concessi ciò che da settimane gli era negato.

“Adesso puoi venire. Ma soltanto rovinato. Passamontagna calato. Telefono immobile. Quando arrivi al punto di non ritorno, stacca la mano. Puoi venire, ma non devi godere.”

Obbedì.

Il video che mi inviò durava quasi dieci minuti. La mano saliva e scendeva con una precisione disperata che ormai conoscevo a memoria. Il membro era scuro, teso, attraversato da vene spesse; i testicoli pesanti, gravidi di settimane di privazione. Quando finalmente si staccò, lo sperma schizzò a intermittenza, debole, spossato. Non ci fu alcun gemito, solo un suono strozzato, intriso di vergogna. Il cazzo continuò a pulsare a vuoto, abbandonato, mentre il liquido gli colava lento sulla pelle. Non aveva goduto. Aveva soltanto fallito, esattamente come gli era stato ordinato. E aveva pagato per poterlo fare.

Guardai la sequenza una sola volta. Poi gli digitai un unico messaggio:

“Bene, verme.”

E chiusi la conversazione.

Fuori pioveva ancora. Dentro, il silenzio era perfetto. Lui aveva offerto denaro, tempo, dignità e il dominio sul proprio corpo. Io non gli avevo restituito nulla, se non la gelida conferma della sua condizione. Ed era esattamente così che doveva essere.

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