Non avrebbe mai dovuto accettare quell’incontro di lavoro
Elena aveva sempre creduto di essere una donna invisibile al desiderio. A trentotto anni, sposata da quindici con un marito buono ma prevedibile, madre di due figli adolescenti, impiegata come responsabile amministrativa in uno studio legale di Milano, la sua vita scorreva tra orari rigidi, cene da preparare e un sesso coniugale sempre più raro e meccanico.
Tutto era cambiato quattro mesi prima, durante una cena di lavoro. Matteo Riva, socio anziano dello studio, l’aveva guardata in un modo diverso quella sera. Non era stato uno sguardo gentile. Era stato uno sguardo che scavava, che valutava, che possedeva già. Pochi messaggi criptici, un incontro “casuale” in un hotel vicino al Duomo, e in meno di tre settimane Elena si era ritrovata a tradire tutto ciò che aveva costruito. Non per amore. Non per passione romantica. Ma per qualcosa di molto più oscuro e potente: la necessità di essere finalmente spezzata.
Adesso era lì, nell’attico di Matteo, nel cuore di Brera. L’appartamento era silenzioso, illuminato solo da lampade calde e indirette. Elena era in ginocchio al centro del salone principale, completamente nuda, le mani legate strettamente dietro la schiena con corda di juta ruvida. Il collare spesso di pelle nera le stringeva il collo, con la scritta argentata “Proprietà di M.R.” che brillava sotto la luce.
Matteo camminava lentamente intorno a lei, camicia nera aperta, pantaloni eleganti. Si fermò davanti al mobile laccato e aprì una scatola lunga.
Elena alzò gli occhi. Quando vide cosa conteneva, sentì un brivido profondo attraversarle il ventre.
Era un dildo ultra realistico. Enorme. La pelle sintetica aveva un tono carnale incredibilmente convincente, con venature in rilievo, una testa spessa e pronunciata, e quella consistenza morbida, quasi pesante, di un cazzo vero semi-moscio. Quindici centimetri inseribili, dal bordo delle palle fino alla punta, e un diametro di 4,5 centimetri che lo rendeva spaventosamente spesso.
Elena rimase scioccata. Sembrava troppo vero. Il peso, la morbidezza, il modo in cui pendeva leggermente nella mano di Matteo… era inquietante.
Matteo lo prese in mano, lasciandolo penzolare con naturalezza.
«Questo è un’opera realizzata da Michelleselection» disse con voce bassa e autoritaria. «È un dildo di lusso. Non uno di quei giocattoli da quattro soldi. È morbido. Pesante. Realistico. Perfetto per ricordarti ogni giorno che il tuo corpo non ti appartiene più.»
Si piazzò di fronte a lei, afferrandole i capelli con forza e tirandole la testa all’indietro.
«Apri quella bocca da puttana sposata.»
Elena obbedì immediatamente. Matteo appoggiò la punta morbida sulle sue labbra e spinse con decisione. Grazie alla consistenza semi-morbida, il dildo si piegò leggermente e scivolò più in profondità. Quando raggiunse la gola, Elena ebbe un conato violento, gli occhi le si riempirono di lacrime. Matteo le tenne la testa ferma con la mano stretta tra i capelli.
«Ingoia. Più a fondo. Non osare tirarti indietro.»
Le spinse altri centimetri, scopandole la bocca con movimenti lenti ma implacabili. Elena sbavava copiosamente, il muco denso le colava sul mento, sui seni e sulle cosce. Matteo la guardava dall’alto con disprezzo controllato.
«Guardati. Una moglie rispettabile che sbava su un cazzo finto come una troia in calore.»
Dopo diversi minuti lo estrasse di colpo. Elena tossì violentemente, fili spessi di saliva che le pendevano dalle labbra gonfie.
Matteo attaccò il dildo alla ventosa sullo specchio verticale.
«In ginocchio davanti allo specchio. Culo alto. Lingua fuori. Leccalo come se fosse il cazzo che ti mantiene.»
Elena si spostò carponi, la fronte quasi contro lo specchio. Iniziò a leccare con devozione: prima il glande spesso, girando la lingua intorno alla testa realistica, poi lungo tutta la verga, succhiando le venature, baciandolo umilmente. Sembrava davvero un grosso cazzo morbido e pesante.
Mentre lei leccava, Matteo si posizionò dietro di lei. Le diede uno schiaffo secco sul culo, poi un altro.
«Allarga di più quelle gambe.»
Le afferrò i fianchi e la penetrò con un affondo brutale del suo cazzo vero, fino in fondo.
Elena gemette forte intorno al dildo.
«Continua a succhiarlo» ringhiò lui, iniziando a fotterla con colpi potenti e profondi. «Voglio che tu senta due cazzi che ti usano contemporaneamente. Uno vero che ti spacca la figa… e uno di lusso che ti riempie la gola come meriti.»
Ogni spinta la sbatteva contro lo specchio. Matteo le tirò i capelli, costringendola a prendere più profondamente il dildo in bocca.
«Più a fondo, cagna. Succhialo mentre ti scopo. Dimmi cosa sei.»
Elena, con la bocca piena, riuscì a biascicare tra i gemiti strozzati: «Sono… la tua puttana… padrone.»
Matteo accelerò, scopandola senza pietà, una mano che le stringeva il collare da dietro, limitandole il respiro quel tanto che bastava per farle girare la testa.
«Brava. Ora vieni. Vienimi sulla figa mentre soffochi su quel cazzo enorme.»
L’orgasmo la travolse con violenza. Elena tremò violentemente, le gambe che cedevano, un urlo soffocato intorno al dildo. Matteo continuò a martellarla senza sosta, fino a quando venne dentro di lei con un ringhio basso, riempiendola con getti caldi e abbondanti.
Quando si tirò fuori, il suo seme denso cominciò a colarle lungo le cosce.
Elena rimase in ginocchio, fronte contro lo specchio, il respiro spezzato, il dildo ultra realistico ancora lucido di saliva davanti al viso.
Matteo le accarezzò la schiena sudata, poi le diede uno schiaffo leggero sulla guancia.
«Questo dildo diventerà parte obbligatoria delle tue visite. Ogni volta prima ti farai usare la bocca da lui per almeno quindici minuti… poi prenderai il resto. E ringrazierai come si deve. Capito?»
Elena chiuse gli occhi, la voce roca e sottomessa:
«Sì, padrone.»
Dentro di lei, quella fame oscura cresceva ogni giorno di più.